Timofey Dudarenko

Perché i fiori non profumano più?

Oggi, se si entra in un negozio di fiori e si chiede una rosa, è molto probabile che ci venga proposta una selezione di fiori provenienti da piantagioni dell’Ecuador o del Kenya. Si torna a casa, la si mette in acqua e per un breve tempo si osserva come si schiude, senza però percepire alcun profumo. Perché accade?


Prima di essere immessa sul mercato all’ingrosso, ogni varietà di fiore viene sottoposta a una selezione rigorosa, nel corso della quale perde la capacità di emanare profumo, poiché in condizioni artificiali non ha bisogno di essere impollinata. Le piante possiedono uno spettro sensoriale complesso: profumano per favorire l’impollinazione; sono vivaci nei colori per attrarre gli insetti o segnalare la propria non commestibilità; sono spinose per difendersi dagli erbivori. Tutti i meccanismi di aposematismo delle piante sono oggetto di appropriazione umana e vengono ridefiniti a fini contemplativi. Diventa prioritaria una funzione che le piante stesse non avevano mai previsto: quella estetica.


Le persone tendono spesso a sovrapporre significati e status a ciò che è parte di un sistema già strutturato. Generalizzazione e categorizzazione sono tra le tendenze più distruttive della storia. A causa della cosiddetta “febbre delle orchidee”, quando a questa pianta è stato attribuito un valore simbolico di lusso, i collezionisti europei, nel corso del XIX secolo, hanno incendiato le foreste del Sud America, distrutto intere specie di orchidee e fatto qualsiasi cosa pur di trovare un fiore “unico” da riportare in patria e da coltivare in un ambiente inadatto alle orchidee.


Il cosiddetto “plant turn”, sviluppatosi nell’antropologia negli ultimi decenni (Natasha Myers, Conversations on Plant Sensing), induce a un ripensamento e a un ampliamento delle nozioni di intelligenza e di meccanismi di comunicazione nel mondo vegetale. Le piante vengono riconosciute come organismi capaci di conoscenza, sebbene fino a poco tempo fa apparissero così passive, così mute, così discrete.


Per i fiori è naturale e necessario emanare profumo, essere spinosi e vivaci nei colori. Nella tradizione dell’etnografia sensoriale, a cui in larga misura si richiama Eduardo Kohn nel suo lavoro How Forests Think: Toward an Anthropology Beyond the Human, la creazione e la contemplazione della natura implicano il coinvolgimento dell’intero spettro sensoriale. Si guarda un albero: non è bello soltanto come oggetto visivo. Il suo odore, la sua trama, il suono delle foglie: tutto questo rientra nella sua “identità”. L’approccio del whole-body sensing and admiration non stabilisce una gerarchia sensoriale: si può apprezzare una rosa senza reciderne le spine né eliminare, attraverso anni di selezione, il suo profumo, conservandone il più possibile la forma originaria.


Nelle pratiche floristiche contemporanee si è sviluppata una corrente orientata verso fiori locali e stagionali. Molte piante aromatiche e medicinali vengono oggi riscoperte come oggetti di riflessione nativa. Il loro impiego e la loro valorizzazione, sia nelle composizioni floreali sia nella ricerca culturale, contribuiscono a decentralizzare i modelli interpretativi legati alla natura e a promuovere un rapporto più consapevole con ciò che cresce.


Le qualità più sorprendenti dei fiori sono la loro dinamicità, la loro identità, l’inevitabilità del cambiamento e la loro natura temporanea. I fiori tra la fine della primavera e l’inizio