Ekaterina Khan

LAlbero del Mondo è di due tipi: uno verticale, laltro orizzontale. Questa distinzione, in realtà, serve piuttosto per comodità descrittiva e classificatoria: nellAlbero del Mondo lorizzontale e il verticale si intrecciano, si fondono. Nella Bibbia, nel Libro della Genesi, sono presenti entrambi gli alberi: lalbero della conoscenza è verticale, attraverso di esso avviene la comunicazione con gli dèi, e la sacralità di questo albero è soltanto offuscata dal divieto, da una sfumatura morale non necessaria alla mitologia. Che cosa hanno fatto gli Ofiti, gli adoratori del serpente? Hanno semplicemente rimosso dal racconto biblico questa superficie morale, la sfumatura del crimine, e hanno restituito allalbero verticale il suo ruolo eterno: collegare il mondo terreno a quello divino, elevarsi fino alla conoscenza estrema, alla sapienza, alla conoscenza del bene e del male. Lalbero orizzontale, invece, è lalbero paradisiaco della vita, fonte di fecondità. È vero che anche intorno a esso vi è un divieto: non abbatterlo, perché allora cesserebbero la riproduzione, labbondanza.

(Vladimir Bibichin, Il bosco, lezione del 07.10.1997)

Non vedere il bosco dietro gli alberi? Non vedere gli alberi dietro il bosco?

L’Albero del Mondo: era croce, è diventato albero invisibile. Il bosco: “soltanto legname”, l’aristotelica hyle, materia prima della vita attiva, accordo inafferrabile. Ci insegnano a piallare, costruire, sgrossare, sradicare, per salpare ogni volta verso l’ultimo viaggio, oltre la linea dell’orizzonte. Il taglio del bosco è cancellazione della memoria viva, levigatura della corteccia, saccheggio umano disciplinato e vitalmente necessario, che si appropria della re-source naturale. Una strana abilità: disimparare a distinguere la concretezza dietro l’uniformità. La verticalità simile a un albero maestro si presenta come sogno irrealizzabile di grandezza: dimentica di sé, titanica, condannata. Si taglia il bosco, volano le schegge, le assi laccate vengono disposte in cataste regolari. Il selciato delle orizzontalità distese ricorda un luogo d’incontro inaffidabile, la linearità di un cammino radicale che conduce da nessun luogo a nessun luogo. Il tronco abbattuto: per diventare cosa? Una scrivania, che custodisca nei suoi cassetti brandelli di pensieri? Un armadio? Una panca? Un violoncello?

Non più frutto, ma carne. La carne dell’albero che ha perduto i propri canti e di nuovo li ritrova…

Non è rimasto nulla di sacro? Tutto è diventato sacra danza di seghe e asce?

Sia pure. Che sia così.

Al mio albero nessuno può accostarsi. Neppure io.

Ma chiunque può ascoltarlo.

Il mio albero canta. Ha molti corpi, ma non ha volto.

Il mio albero è vivo, sinuoso, timido. Non conosce il proprio nome. Conosce molte forme. È colmo della musica segreta della crescita: si tende verso il sole, senza cercare di oscurare il cammino agli altri; al contrario, dimora nelle mezze ombre. Le sue linee e i disegni della corteccia sono come sentieri segreti, nei quali uno sguardo casuale può trovare riposo.

Non croce, ma crocevia; non luogo di crocifissione, ma luogo d’incontro; non tronco abbattuto, ma tempio segreto. Tempio del riposo meridiano in un quieto boschetto, luogo in cui attenderò Te, nelle sembianze di una driade rivestita di luce solare. Che l’acqua nutra le radici, che si acceleri il fluire della linfa, che i rami coronino la loro sottile severità con una chioma verde e ricciuta.

Albero di nessuno, porto di nessuno: quieta ospitalità per tutti e per nessuno.

Collocandosi agli estremi diametralmente opposti della pura differenza e dellidentità con sé, ma anche dellessere materiale e ideale, le piante e gli dèi si presentano come contrappunti ai desideri umani (e in effetti anche animali) e al loro coinvolgimento nel mondo.

(Marder, Michael. Plant-Thinking: A Philosophy of Vegetal Life. New York: Columbia University Press, 2013, p. 124)

All’ombra di un platano frondoso, Socrate impartisce a Fedro lezioni di scrittura e d’amore. Avvolti dalla frescura, i pensieri ritrovano ordine, la retorica sofistica cede il posto a una poetica della vita ispirata dal divino. La vita vegetale ricorda lo scorrere quieto della vita contemplativa: nutrendosi di pura luce solare, i rami e le foglie stormiscono lentamente, come se ascoltassero e ripetessero le parole pronunciate. Qui non c’è spazio per impollinazioni ingannevoli e vertiginose danze d’api: soltanto acqua e aria, archaí, che nutrono la verde giovinezza. L’albero non è ancora diventato libro, non si è separato dalle sue radici rizomatiche: così gli eide imprimono i loro segni non sulla carta, ma nell’anima stessa. La geometria dei rami, che crescono dall’unità del tronco, ricorda gli esercizi nella dialettica dell’uno e dei molti. L’albero si tende lentamente, ma con certezza, verso il sole, come il filosofo verso la reminiscenza delle verità dimenticate.

Socrate: «Per Era, è un bel luogo per sostare!»

(Platone, Fedro, 230b)

Il ritorno a casa, dall’ospitale ombra virile del platano al fusto flessuoso dell’olivo fecondo. Millenni fa, le sagge Ateniesi che avevano scelto il dono generoso di Atena, l’olivo, simbolo di armonia e di pace, furono private della loro voce. Il mutismo del mondo si manifestò nella generosità della lampada a olio: ardere e donarsi. L’Ateniese è colei che sceglie la luce invece del sangue, che preferisce la calda sapienza della terra alla furia tempestosa del mare. In quell’oliveto io ti attenderò, o Amato:

tu, che hai perduto sembianza terrena, risorgerai, mi restituirai la voce.

I stood still and was a tree amid the wood,
Knowing the truth of things unseen before;
Of Daphne and the laurel bow
And that god-feasting couple old
that grew elm-oak amid the wold.
'Twas not until the gods had been
Kindly entreated, and been brought within
Unto the hearth of their heart's home
That they might do this wonder thing;
Nathless I have been a tree amid the wood
And many a new thing understood
That was rank folly to my head before.

Restai immobile e fui un albero nel bosco,
e conobbi la verità di quanto prima non afferravo:
di Dafne mutata in fronda dalloro
e di quella vecchia coppia che accolse gli dèi
e divenne olmo e quercia nella campagna.
Fu solo dopo che gli dèi erano stati
amorevolmente condotti e invitati
presso il focolare della casa del loro cuore
che essi poterono compiere il prodigio;
ciò nondimeno fui un albero nel bosco
e compresi molte cose nuove
che prima non mi parevano che pazzie.

(Ezra Pound, The Tree (1908); traduzione di Massimo Bacigalupo)

Nell’immensità di una quercia possente, la figlia d’Eva riconosce l’ombra dell’antico albero della forza dello spirito, che mette in guardia dalle illusioni.

Le viene incontro il figlio di Caino, curvato dal tempo, condannato a ripetere parole altrui:

«Non valgo più del vecchio castagno colpito dal fulmine nel pomario di Thornfielde in questo sta la mia dolcezza».

Eterna come un’ombra è la storia della seduzione che cede il passo alla virtù.

Le frecce di Eros sono affilate, e arrotondati sono i nidi degli uccelli.

In principio era il ramo, nella sua trinità con il tronco e la radice.

Accanto all’abete di Natale, sotto il velo del salice piangente, ora e sempre, nei secoli dei secoli, io ti riconoscerò, o Amato:

tu, che hai lasciato le nostre dimore terrene, risorgerai: non come Dio e non come uomo, ma come quieto sussurro di foglie, timido richiamo di vite trascorse.

Ti riconoscerò nelle rugiade serali e ti vedrò nel morbido incresparsi dei riflessi.

Tu sei presso le radici stesse e le sorgenti, nell’armonia dei principi e nelle note disperse del polline.

Dopo un lungo secolo, in un luogo di nessuno dove terra e acqua si incontrano, tu mi canti una canzone silvestre, nella terra dove crescono il mirto e l’alloro…

Mon arbre dans un siècle encore malentendu,
Dressé dans la forêt des raisons éternelles
Grandira lentement, se pourvoira de feuilles,
A l'égal des plus grands sera tard reconnu.

Mais alors, il fera l'orage ou le silence,
Sa voix contre le vent aura cent arguments,
Et s'il semble agité par de nouveaux tourments,
C'est qu'il voudra plutôt se débarrasser de son trop de science.

Il mio albero, ancora incompreso fra un secolo,
eretto nella foresta delle ragioni eterne,
crescerà lentamente, si vestirà di foglie,
e tardi sarà riconosciuto pari ai più grandi.

Ma allora farà la tempesta o il silenzio,
la sua voce avrà contro il vento cento argomenti,
e se sembrerà agitato da nuovi tormenti,
sarà perché vorrà liberarsi del suo troppo sapere.

(Francis Ponge, Mon arbre, 1926)