Anna Ganzha
Etica
La musica nacque tra grandi sofferenze e profondi lamenti; e dopo la sua conclusione, quando si furono esaurite tutte le tappe e le fasi della sua esecuzione (non nel senso letterale del termine, benché anche in quello, ma come profezia acustica, come qualcosa di udibile), essa si rivolse al suono stesso: ai rumori, alle vibrazioni acustiche, al silenzio e alla quiete, cioè a tutto ciò che costituisce il cosmo acustico e che serve da mezzo di espressione dei nostri sentimenti più nascosti. La musica è scomparsa, ma i musicisti sono rimasti. Se qualcuno lo sa, sono proprio loro: coloro che hanno a che fare con la materia più sfuggente della vita, anzi, con la sua stessa essenza. Sono proprio loro a essersi ritrovati soli davanti a tutto ciò che scorreva accanto, che veniva vissuto in altri modi e che accadeva senza la loro partecipazione. La musica richiede concentrazione e disciplina, e come potrebbe il povero musicista tenere il passo con tutte le peripezie che gli vorticano intorno, e alle quali ripensa solo nei momenti di disagio sociale, quando organizza concerti e dispone gli strumenti? Lo stesso vale per altri artisti, pittori e creatori di ogni genere. Eppure, la materia della vita contemporanea è così complessa, così bizzarra, che non sarebbe superfluo tracciare una sorta di piano d’azione, cioè, più semplicemente, scrivere un piccolo libro che ogni artista possa portare con sé e al quale possa ricorrere nei momenti di smarrimento di fronte a coloro che, privi di talento e di virtù, si avventano su di loro cercando di umiliare le loro capacità intellettuali e ponendo loro domande su ciò che non possono sapere. Questo non esclude che tra gli stessi artisti vi sia anche una categoria di mascalzoni: ma che importa? I mascalzoni esistono ovunque e da sempre. La loro presenza nel nostro mondo significa forse qualcosa di speciale, qualcosa che esuli da questo stesso ambito artistico e da quell’orecchio e da quello sguardo finemente accordati? Per nulla. È proprio per questo che passiamo alla parte della nostra trattazione in cui delineeremo i principi e i codici invisibili dell’arte e della musica, sia per compiere un atto di indulgente assoluzione, sia per fondare, sotto forma di principi, il ruolo delle azioni giuste e dei pensieri virtuosi nella loro attività quotidiana.
Sul piacere e sulla sofferenza del musicista
Il musicista contemporaneo, per quanto uno se lo possa augurare, nei confronti della musica che compone o esegue non prova né piacere né sofferenza. E del resto, esiste forse una forza che, dopo millenni, possa davvero costringerci a rivivere ciò che è stato già vissuto innumerevoli volte e in tutti i modi possibili? E tuttavia siamo tutti esseri viventi e, di conseguenza, che il suono ci riguardi direttamente oppure no, una parte della nostra esperienza è, logicamente, anche esperienza sonora.
Di fronte a un dilemma etico o a una sconfitta morale, il musicista, secondo l’opinione comune, non dovrebbe tradire il proprio talento né sotterrarlo. Noi invece sosteniamo che può farlo, e anzi deve farlo, a meno che la debolezza della sua mente o altre circostanze attenuanti non lo trasformino in una creatura simile a un uccello che cinguetta le proprie melodie abbellendo il mondo con un canto spensierato.
Qui si parla, naturalmente, solo dei musicisti sperimentali, e non delle industrie pop, le quali, pur disponendo di mezzi e strumenti per stimolare i nostri affetti, risultano costituite soltanto da gesti che ci costringono al piacere e, al tempo stesso, ce ne privano.
Che si tratti dunque di sofferenza o di piacere, ciò che conta è che il piacere affonda le sue radici nella sofferenza, mentre la sofferenza non trova fondamento nel piacere. L’ascolto del suono e del silenzio contemporanei richiede un lavoro dell’intelletto, non del cuore; per questo il musicista farebbe meglio a indirizzare tutta la propria sofferenza verso l’esperienza della dimensione sociale, cioè dei propri e altrui vizi e delle insufficienze morali, in modo che questi si imprimano nel suono stesso.
È in questo che egli raggiungerà il vertice del piacere derivante dalle proprie riflessioni sonore e saprà trasmettere agli altri questa sorta di piacere filosofico.
Sulla libertà e sulla responsabilità
Sulla libertà e sulla responsabilità si è detto molto, e bene, da parte delle menti migliori: esistono opinioni antiche e altre molto recenti, non meno valide delle prime. Ma come può non smarrirsi chi porta in sé il cuore vibrante del creatore o lascia passare attraverso di esso le correnti più sottili e delicate?
Per questo sono necessarie alcuni assiomi e brevi regole, a partire dalle quali sia possibile dedurre tutto il resto. La dialettica tra libertà e responsabilità non si adatta al fenomeno acustico: il suono stesso ci mostra la propria dialettica nella forma più evidente. Nell’incontro con ciò che è udibile, noi lo cerchiamo nell’inudibile; e l’inudibile prende forma proprio nell’atto di ascolto di ciò che già risuona.
Potrebbe essere elevato al rango di assioma il principio secondo cui la responsabilità per un’azione compiuta liberamente ricade esclusivamente sulle spalle del musicista che la produce. Ma in che cosa consiste la sua azione?
Quando un musicista esegue qualcosa o prende parte a un evento, definire questo atto un’azione è prematuro e impreciso. Esso diventa un’azione solo nel momento in cui il musicista si trova faccia a faccia con il suono, indipendentemente dalla situazione e dalle circostanze.
Ma quante volte accade davvero che un musicista resti solo con il proprio suono, come un peccatore pentito resta solo con la voce della propria coscienza? Ponendosi questa domanda, ogni artista può misurare il grado della propria responsabilità.
Chi prenderà a guida questo mio breve scritto non si occuperà di difendere la propria opera dal disprezzo né di calcolare una strategia perfetta, ma piuttosto di prepararsi a non essere ascoltato, senza rattristarsene, sapendo che il suono rimane con noi solo quando restiamo da soli con esso.
Sui principi morali più elevati nel loro rapporto con il suono
A questo si collegano anche le riflessioni del musicista sui principi morali più elevati. In rapporto al suono alcuni di essi possono sembrare fuori luogo, ma ciò significa soltanto che li stiamo cercando nel posto sbagliato.
La musica e i modi in cui ascoltiamo il mondo si sono sviluppati insieme al progresso di quest’ultimo; ma, a differenza del mondo, la musica non ha conosciuto cadute né è incorsa in grandi errori storici.
Questo non significa che tale purezza del destino sonoro e musicale possa essere fissata nella formula della tesi secondo cui “la musica non è colpevole”, ma solo che il suo destino consente al musicista di rivolgersi direttamente ai principi morali più elevati.
La verità etica e il dovere morale consistono, dunque, nel tradurre la propria sofferenza in suono affinché gli altri possano trarne il massimo piacere. La violazione di questi principi, se qualcuno decidesse di compierla, consisterebbe invece nel trasformare il proprio piacere in suono per provocare sofferenza negli altri.
Qui ciascuno decide per sé. Ma trovandomi ancora all’inizio del mio percorso di vita, non posso dire con certezza quale di queste forze prevalga; posso solo sperare che i miei maestri presenti e futuri, vale a dire musicisti, poeti, filosofi e altre figure che sono di sostegno, sappiano chiarirmelo, o almeno orientarmi nei momenti difficili di una vita ancora acerba.
Sulla voce e sul suono come medium del politico
Occorre essere cauti di fronte al fatto che la voce e il suono siano medium del politico, ma non per ragioni di difesa o di codardia, bensì per la loro intrusione in quelle sfere del morale che, a loro volta, invadono il nostro rapporto con il suono, ricollocandolo nella dimensione della storia della musica o nella quasi-religiosità del mondo sonoro.
Il politico minaccia: questa affermazione è sufficiente per accogliere tale caratteristica del medium sonoro con quella dose di coraggio necessaria a realizzarsi come essere che patisce.
L’irruzione della voce nel politico non la sminuisce né la eleva; le discussioni vuote su questo tema restano sempre a carico di chi indulge nel chiacchiericcio. Occorre tuttavia distinguere tra chiacchiera pubblica e non pubblica, tra voce pubblica e non pubblica, tra suono pubblico e non pubblico.
Quest’ultimo è il più pericoloso: essendo in parte inaudibile, è capace di trascinare lungo vie moralmente devianti.
Sulla testimonianza e sul testimoniare
Il suono, più di qualsiasi altro principio, è capace di testimoniare, e, spesso, testimonia.
Il suono musicale, per quanto venga nascosto entro forme estetiche già pronte, testimonia non meno; ma al suono musicale si aggiunge un valore supplementare dato dagli strumenti, dalla notorietà dei musicisti, dal valore attribuito alla musica e dalla sua circolazione come merce.
I suoni non musicali, quasi-musicali, i suoni che tacciono e i rumori sono testimoni: portano in sé l’esperienza della testimonianza e, inoltre, testimoniano di sé.
Sul piano morale, questa capacità del suono coinvolge automaticamente il musicista in un complesso processo del testimoniare: di qualcosa, di qualcuno, riguardo a ciò che accade o non accade.
Ogni musicista porta in sé l’esperienza e il peso della testimonianza e, dimenticandolo, si trasforma progressivamente in un folle che immagina di essere un medium.
E sebbene al folle non si possa chiedere conto, egli resta comunque utile, e deve comprendere che il suono interpreta la sua ignoranza come follia.
Ciò che risuona provenendo dal folle non è pericoloso, ma in esso si coglie qualcosa di errato, l’altra faccia della di una nota falsa.
Dunque, non siate folli: ricordate il vostro testimoniare e ascoltate non solo il suono in sé, ma anche ciò di cui esso testimonia.
Sulla necessità del pentimento e della mitezza acustica
Il teorema della mitezza acustica e del pentimento sonoro afferma che solo chi saprà portare la massima della libertà alla sua piena realizzazione riuscirà, nelle pratiche sonore e nella gestione del proprio fare musica, a raggiungere una condizione dell’animo in cui gli oggetti del pentimento si rivestano di involucri sonori o acquisiscano un nucleo sonoro.
Tale condizione poggia sulla costante applicazione della mitezza acustica, la capacità, cioè, di placare e calmare le passioni sonore. Se questo non è possibile o le circostanze esterne impongono di aumentare il volume, occorre accogliere tali circostanze come un vero e proprio lavoro di cui farsi carico. Dunque siate silenziosi, custodite la vostra tavolozza dei suoni più lievi; e quando lavorate, suonate forte, ma, a lavoro compiuto, quietatevi e tacete.
Chinate il capo davanti al suono e levate lo sguardo al cielo quando incontrate l’acusmatico.
In questo gesto stereoscopico di pentimento, guardando al cielo e chinando il capo, daremo compimento al nome della musica nel modo in cui deve compiersi.